Zuppa alla Ricasoli

 

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Una zuppa, una storia…

La zuppa del Ricasoli è una robusta  zuppa  della tradizione contadina toscana, che deve il suo nome al Barone Ricasoli, che si dice ne andasse matto e la cui ombra ha turbato le mie notti da bambina e non solo, come se non fossero bastate le ombre del castello in cui vivevo!!

Una volta sentii il nonno Giocche raccontare, non ricordo a chi, di una notte in cui, ancora giovanotto,  tornando  a casa insieme a uno dei suoi fratelli da un ballo organizzato  in   un podere lontano dal loro, dovette attraversare uno dei  boschi che portavano  verso il Chianti . Proprio quando  erano nel fitto, sentirono in lontananza il galoppare di un cavallo e l’abbaiare dei cani… Il fratello afferrò il nonno per un braccio e  gli intimò, sussurrando, di fermarsi perché quello  era  il fantasma del Barone Ricasoli, che al calar delle tenebre, avvolto in un nero mantello,  usciva dal suo castello di Brolio in Chianti in groppa al suo cavallo con al seguito una muta di cani da caccia e galoppava per la campagna,  terrorizzando chi aveva la sfortuna di incontrarlo.

E i racconti che ogni tanto sentivo fare dagli altri anziani erano spaventosi come quello del nonno, se non di più; raccontavano che entrava nelle cucine del suo castello per distruggere i piatti appena lavati, che disfaceva i letti che le cameriere sistemavano ogni mattina, che svegliava i contadini nel mezzo della notte fissandoli con uno sguardo diabolico…

E quando chiedevo perché la sua anima non trovava pace, la nonna Caterina, grande affabulatrice, mi raccontava la vita del Barone  Ricasoli, il Barone di ferro, e mi faceva il ritratto di un uomo duro e maledetto che non voleva essere guardato negli occhi dai suoi contadini, che sorvegliava il loro lavoro contando anche le pesche e i grappoli d’uva perché nessuno gli rubasse qualcosa, che succhiava il latte dal seno delle giovani mamme convinto che fosse un elisir di giovinezza, che aveva vietato il culto della Madonna e fatto togliere dalle case e dai poderi la sua immagine per sostituirla con quella di un santo che predicava l’obbedienza al padrone…

La mia amica Vanna, originaria di  Gaiole, che nella zona mi ha di recente raccontato che  i Ricasoli erano quasi venerati e spesso nei poderi del loro immenso latifondo, alcuni tenevano l’immagine del barone e pregavano per lui. Si dice anche che avesse fatto nascere dalle “sue ” contadine diversi figli illegittimi e che qualcuna più furba avesse ottenuto poi per il “bastardo” terra e casa . Di un paio il suo babbo sapeva nome e cognome,  ma tutto doveva rimanere un segreto. Fra le tante leggende si raccontava anche una notte, mentre il barone trovava gusto a distruggere il raccolto di uno dei suoi contadini , questi si ribellò e lo cacciò a bastonate. Il Barone,  sorpreso da questa reazione,  invece di punire il poveretto volle premiarlo  donandogli il doppio di ciò che gli aveva rovinato perché quell’uomo gli aveva sì mancato di rispetto,   ma al tempo stesso aveva dimostrato attaccamento alla propria terra…

 La storia ufficiale  però ci dice che Bettino Ricasoli fu  un abile uomo d’affari, convinto assertore dell’unità d’Italia, fondatore del quotidiano La Nazione e per ben due volte presidente del Consiglio del neonato Regno d’Italia. Per seguire i suoi affari lasciò Firenze e si trasferì in modo quasi permanente nel suo castello a Brolio, in un territorio, il Chianti, allora isolato e selvaggio. Lì si dedicò anima e corpo alla produzione vinicola. Studiò i maestri francesi del Bordeaux, acquistò nuovi macchinari agricoli dall’Inghilterra e dopo vari esperimenti giunse a definire la formula, tuttora in uso, del vino Chianti Classico.

Sofferente di cuore, ebbe un malore mentre tentava di domare una cavalla recalcitrante, si ritirò nelle sue stanze rifiutando l’aiuto dei servi e lì venne trovato morto, seduto alla sua scrivania.

Non fu sepolto subito, perché occorreva lo’autorizzazione del  prefetto di Siena; la salma fu quindi deposta nella cripta della chiesa del castello di Brolio e lì rimase per quasi due mesi. Questa lunga attesa, insieme alla spietatezza nei confronti dei suoi sottoposti e al suo esser morto senza ricevere i sacramenti,  alimentò nel popolo l’idea dello spettro che rifiutava di essere sepolto.

La nonna mi raccontava che durante il funerale un vento fortissimo e improvviso si abbatté sul castello e che la bara era così pesante che nessuno riuscì a sollevarla, fino a quando il sacerdote praticò un esorcismo. Mi raccontava anche che la bara ogni mattina  riemergeva dal terreno nonostante venisse interrata quotidianamente. Alla fine fu sepolta in un bosco  vicino a un dirupo, nei pressi del torrente Ancherona..

 Di generazione in generazione, lo spettro del Barone di ferro ha continuato a vagare nei paesi del Chianti e di quelli vicini, come il castello in cui vivevo io. Nei primi anni ’60, mi trasferii a Firenze, presso gli zii, per frequentare la scuola media, e lì, finalmente, avevo un po’ superato la paura dei fantasmi: abitavo in un appartamento, all’interno di un grande palazzo e dividevo la camera con le mie cugine…ma un giorno lo zio entrò in casa con una copia della Domenica del Corriere,  in copertina c’era l’illustrazione del fantasma del Barone e all’interno la descrizione dettagliata della sua apparizione al giornalista, che incuriosito dai racconti, decise di passare una notte al castello! E così la paura dello spettro tornò a farmi visita!!!

Ed ora due parole sulla zuppa, la cui ricetta è stata pubblicata in un ricettario dell’800 del cuoco fiorentino Ferdinando Grandi  e che ricordo di aver mangiato più volta da piccola. Spinta dall’onda dei ricordi l’ho cucinata di recente; è una zuppa a base di cavolo, fagioli, salsiccia e rigatino, dal gusto robusto, adatta in passato a chi lavorava ‘ da sole a sole’ nei campi e tornava a casa stanco e affamato. Oggi costituisce un piatto unico e per alleggerirlo, suggerisco, a chi lo volesse provare, di cuocere rigatino e salsicce alla griglia e di aggiungerle alla zuppa solo alla fine.

Ingredienti per due persone

  • ½ cavolella ( cavolo cappuccio) piccola
  •  olio d’oliva
  • 300 g di fagioli lessati ( cannellini o borlotti)
  • 60 g di pancetta di maiale tagliata a tocchetti
  •  2 salsicce spellate
  • brodo q.b
  • sale
  • pepe
  • pane  toscano raffermo q.b


Procedimento
Tagliare a strisce sottili un cavolo bianco, farlo insaporire in olio d’oliva e tiralo con dell’acqua fino a metà cottura. 
Aggiungere alla verdura dei fagioli precedentemente lessati, pezzetti di pancetta, salsiccia spellata, e  portare a cottura con del brodo. Regolare di sale e di pepe. 
Quando la zuppa sarà pronta, versarla in una zuppiera e servirla con  fette di pane abbrustolito. 

 

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