L’arrosto girato era il piatto che, a casa mia, veniva preparato nelle occasioni importanti.

La sera precedente la mamma tagliava la carne che aveva a disposizione, maiale, uccellini, pollo, coniglio, piccioni…e tutti a piccoli pezzi più o meno delle stesse dimensioni e li insaporiva con un trito di aromi: aglio, rosmarino, salvia, sale, pepe.

La mattina di buon’ora il babbo preparava la legna che doveva bruciare a lungo per avere poi una bella brace e tirava fuori la macchinetta con la carica a mano. E mentre lui controllava il fuoco, la mamma si dedicava agli schidioni: infilava per primo un cantuccio di pane, un pezzetto di maiale, un uccellino, un pezzetto di maiale, uno di piccione, uno di pane, uno di maiale, uno di pollo, uno di pane, uno di maiale, uno di coniglio…e così via (più o meno)

Quando la brace era pronta, il babbo la copriva con un bello strato di cenere sistemava gli schidioni sulla macchinetta, la caricava, l’arrosto cominciava a girare, l’olio a sfrigolare sulla brace, il profumo riempiva l’aria e per me, bambina golosa, cominciava l’attesa…l’attesa di poter mangiare quegli uccellini di cui piangevo disperatamente la morte ogni volta che il babbo tornava da caccia e quei pezzetti di pane croccanti e intrisi d’olio! E quell’attesa per me era davvero troppo lunga… per la cottura ci volevano almeno due ore, durante le quali l’arrosto doveva essere sorvegliato a vista per mantenere costante il fuoco e per spennellare d’olio la carne per evitare che si seccasse.

Ma che gioia quando finalmente mi mettevo a tavola!

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